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The Queer Architect

The Queer Architect è un gruppo anonimo di storicɜ, teoricɜ, giornalistɜ, criticɜ, docenti e curatorɜ nel campo dell’architettura. L’anonimato del collettivo aggiunge una dimensione inclusiva e universale alla loro pratica artistica: non associandosi a identità specifiche, The Queer Architect amplifica la voce collettiva della comunità LGBTQIA+, sottolineando che la lotta per la visibilità e la rappresentazione non è legata a singoli individui, ma è una questione di giustizia sociale e culturale.

L’esposizione raccoglie una selezione di opere digitali pubblicate su Instagram a partire dalla primavera del 2020, durante la pandemia di Covid-19. Sfruttando Instagram non solo come piattaforma di diffusione, ma come spazio di sperimentazione visiva, The Queer Architect ha trovato il modo di superare le limitazioni fisiche imposte dall’emergenza sanitaria attraverso il fotomontaggio e l’arte del collage. Le loro opere digitali, create in un periodo di isolamento globale, invitano a una riflessione critica sul ruolo dell’architettura nella nostra vita quotidiana e sulle possibilità di trasformazione degli spazi pubblici e privati.

Le opere dialogano con l’architettura contemporanea, spesso caratterizzata da un’estetica distaccata, in cui il design si impone come protagonista silente. I corpi eroticizzati, figure provenienti dalla cultura pop e dalla moda, trasformano questi spazi in luoghi di espressione personale e collettiva. Un approccio che richiama le riflessioni di Beatriz Colomina, che ha esplorato come l’architettura possa essere reinterpretata attraverso il prisma della sessualità e del desiderio. I fotomontaggi presentati nella mostra non si limitano, infatti, a decorare le icone architettoniche esistenti, ma se ne riappropriano, mettendo in discussione la loro funzione e il loro significato. 

Proponendo una nuova storiografia degli spazi, in cui l’architettura non è solo un contenitore di attività umane, le immagini diventano un soggetto attivo nella narrazione delle identità queer. Questa riappropriazione trova paralleli nelle teorie di Henri Lefebvre, che ne La produzione dello spazio sottolinea come lo spazio non sia una cornice neutrale, ma un prodotto sociale influenzato dalle dinamiche di potere e dalle pratiche culturali. 

La contaminazione proposta da The Queer Architect destabilizza le convenzioni architettoniche tradizionali, promuovendo una visione in cui l’architettura accoglie la diversità delle esperienze umane. Un’operazione che ricorda le pratiche di artisti come Cindy Sherman, che ha utilizzato la fotografia per esplorare e sovvertire le rappresentazioni di genere e identità.

La mostra rappresenta un momento di riflessione critica sulla capacità dell’architettura di essere inclusiva, accogliente e intima allo stesso tempo. Le opere ci invitano a riconsiderare gli spazi per rappresentare meglio la varietà delle esperienze umane, rompendo la rigida funzionalità e l’estetica dominante. In questo senso, il collettivo si inserisce nel solco di una lunga tradizione di pensatori e pratiche che vedono nello spazio non solo un luogo fisico, ma un terreno di negoziazione e di espressione culturale. La mostra non è solo una celebrazione dell’identità queer, ma una critica necessaria alle strutture spaziali che abitano le nostre vite. L’architettura diventa un palcoscenico per l’espressione libera e incondizionata delle identità, suggerendo nuove possibilità di inclusività e accoglienza nello spazio contemporaneo.